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30 ottobre 2006
Monologo?
Adoro sentire le sue mani su di me. Ha un tocco sempre morbido. S’insinua - Adoro sentire le sue mani su di me. Ha un tocco sempre deciso. Mi accarezza il - dietro la mia nuca, con quelle dita fatate e le muove piano. Poi scende, cose - petto e, con le unghie, mi regala brividi. Il mio respiro mi gonfia mentre lascia - seguisse i miei brividi. Forse li vede, forse nella penombra dell’inizio di una - che le sue dita, come velluto, mi passino sui capezzoli, come fosse un caso. - notte si accendono e lui li vede percorrere la mia schiena ed esplodermi fra le - Scende ancora, giocherella con il bordo dei miei boxer. Un salto, un brivido, un - gambe. Li percorre, uno dopo l’altro, prima con i polpastrelli poi con il dorso - sussulto mentre accarezza dolcemente i miei fianchi che si ritraggono un po’, - delle unghie. Sussulto, piano. Poi la lingua, Dio, la lingua, che si insinua nella - involontariamente. Mette una barriera a solleticarmi, fra la mano e il mio - mia pelle, nella mia mente. Trova strade già battute ma sempre nuove, sul mio - membro, che pulsa, quasi a voler distruggere quel muro in cotone. Poi - corpo. Avida, morbida, umida, mi trova avida, morbida, umida. Le sue carezze, - s’insinua, la sua mano, calda, ad accarezzare pelle morbida nella sua durezza, - continue, i suoi baci, preludio di sensazioni, deflagrazioni multiple in - pelle increspata nella sua vulnerabilità. La sento, calda, lieve e robusta, - espressione di pace, amore. Poi ancora la sua lingua, curiosa, s’insinua, - abbrancarlo come per non farlo andare via. Poi la sua lingua, quella lingua che - appoggiandosi piano all’interno delle mie cosce, delicata e decisa, scova labbra - lascia ruscelli appena affiorati che evaporano al contatto con il mio ardore. I - nascoste e ci gioca un po’. Le succhia, ne assapora nettari celati, gioca e rigioca - suoi capelli che mi accarezzano mentre la sua bocca, dapprima timida poi - con i miei brividi. E’ lì che trova il mio clitoride, è lì che i miei sussulti si fanno - avida, si concentra sul mio sesso. Lingua che scende a stanare emozioni - spasmi, è lì che lo lascio fare, non riesco più a pensare, non riesco più a dire, - nascoste o a distrarsi sul frenulo inerme e sussultante. Poi, con la felicità che - lascio che il mio respiro lo trasporti, mi trasporti, ci trasporti. E le sua mani, - da un gioco di prestigio ben riuscito, lo sento scomparire avviluppato da calore - mai ferme, e la sua lingua, mai doma. Gli appoggio la mano sulla testa, - umido. Gli appoggio la mano sulla testa, le accarezzo i capelli assaporando - accarezzo i capelli, assaporando l’ultimo attimo poi, lo fermo. - il caldo e l’umido e, mentre la saliva cerca il mio piacere liquido, la fermo. Ho voglia di te, gli dico. Ho voglia di te, le dico.
| inviato da il 30/10/2006 alle 14:1 | |
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16 ottobre 2006
Nell’angolo
Era stata una festa particolare, strana, per certi versi. Arrivarono alle ventidue in punto. Lui, con il suo completo nero, camicia e cravatta comprese, lei, con un vestito scuro, corto ma non troppo, con una di quelle gonne plissettate che tanto piacevano a lui. Sembrava un confetto nero, così leggermente truccata ed elegante. Si amavano, quei due, si amavano tanto, si vedeva da come incrociavano gli sguardi, anche se fra loro c’era una sala pregna di persone. Si vedeva da come intrecciavano le dita ogni qualvolta le sfioravano. Quello che lasciava sbigottite le altre persone invitate alla festa era la complicità. Non c’era un istante in cui non si ammiccassero addosso. Quando lui la guardava, con quegli occhi neri, facendo scendere le palpebre arricchite da ciglia lunghe e scure, lei si mordeva il labbro inferiore o tirava fuori leggermente la lingua in un gesto erotico e discreto. Le piaceva fare sesso, le piaceva farlo con lui, perché con lui era amore. Gli piaceva fare sesso, gli piaceva farlo con lei, perché l’amava. Avevano un modo di relazionare nel sesso che andava al di là di una semplice scopata. Quando dal pianoforte in quell’angolo della sala arrivarono le note lente di “Tutto quello che un uomo” di un sensuale Cammariere lei, seduta a conversare con gente di cui non avrebbe neanche ricordato il nome un’ora dopo, si alzò, quasi di scatto, sempre discretamente, per cercarlo con lo sguardo. Lui si voltò ed alzò il bicchiere, un cenno breve, che lei notò subito nel vociare della sala, avvicinandosi senza interrompere la linea retta e profonda che legava i loro occhi. Sempre ammirandola, e senza togliere attenzione ai suoi occhi, si compiaceva del fatto che gli altri uomini la fissassero intensamente. Lei camminava, lenta, facendo oscillare il bacino, danza mortale per cuori deboli, con la gonna leggera che le accarezzava le cosce. Loro la guardavano, salendo su per le cosce, immaginando cose che a lui erano famigliari e che mai avrebbero visto. Quando le fu vicina lui tese il braccio e, come invitandola a danzare, le prese la mano. Fece il giro del suo uomo e le si appoggiò alle spalle, cingendolo forte per sentirne il corpo addosso, il suo profumo, dentro. Ondeggiavano insieme, in una danza sensuale che solo loro conoscevano, in quell’angolo di paradiso vicino alle tende rosso cupo. Il pianista toccava i tasti bianchi e neri con leggerezza, regalando emozioni ai pochi che ascoltavano la musica, rapiti dalle sensazioni, gli altri, ancora presi dalle loro parole, dai loro sfoghi, dalle loro vite, ignoravano le note che rimbalzavano sulle pareti e, ogni tanto, si soffermavano sui quei due ragazzi abbracciati. Lui la cinse, da dietro, appoggiandole le mani sulle cosce nude. Le lasciò lì, ferme per un po’, dita calde su gambe calde, poi salì fino alla base delle natiche, giocherellando un po’ con l’impercettibile piega dell’attaccatura degli arti. Lei fremeva un po’, la testa appoggiata alla sua spalla, lo respirava tutto. Aveva un buon profumo, lo aveva sempre. mentre la sala non si curava di loro, troppo presa da se stessa, lui lasciò scivolare le mani sul davanti, accarezzando l’interno delle cosce, lasciando che lei iniziasse a respirare più velocemente. La sentiva fremere, piano, fra i colpi di martelletto sulle corde di quel Wilh Steinberg a coda. Il dorso delle sue dita a giocherellare col confine fra un perizoma nero e la pelle candida e liscia, appena sotto la gonna, in quell’angolo neanche poi così appartato agli occhi ma così lontano dalle attenzioni. Ma loro non c’erano più, solo un po’ di pudore non porto lui a voltarsi per baciarla profondamente. Smise di giocare, d’un tratto. Lei gli prese le mani e le riportò là, a sentire i pizzi preziosi ed il calore immenso. Inarcò la schiena, per sentirla meglio, si appoggiò più forte, per sentirlo meglio. Scese ancora, mentre lei passava da un respiro veloce ad un ansimare piano. Ora la sentiva, fra le dita, attraverso lo slip minuscolo, calda e umida, morbida. Ne sentiva quasi il profumo, lo ricordava e gli bastava un giro di pensiero per portarlo alle narici, dolce. Scostò appena la barriera che separava il polpastrello dal monte di venere e si tuffò in quel mare fremente. Gingillandosi con la peluria pubica la sentiva sempre più addosso, sempre più calda. Scese ancora e non si sorprese a scoprirla così scivolosa. Appoggiò l’indice sulle grandi labbra lasciando che il palmo coprisse il clitoride, trasformando il fremito in sussulto. Lei avvicinò il bacino, cercando di facilitargli il compito. L’accarezzò, poi, tanto, con il polpastrello, con il dito tutto, senza risultare mai invadente, si concentrò laddove la sentiva fremere di più. Il dito, leggero, accarezzava il clitoride, lentamente, cercando un piacere intenso, esplosivo ma non frettoloso, come una bomba ad orologeria col timer che non sa contare. La musica era cambiata quando venne, sussultando, abbracciata al suo uomo, stringendolo di amore e sesso. Lui si voltò, la cinse ed iniziò a ballare, in quell’angolo d’amore. ”Ti amo, Anna…”, le sussurrò all’orecchio, mentre lei ancora cercava di smettere di tremare. ”Ti amo, tanto…”, rispose lei, scaldandogli il petto col respiro, poi aggiunse: “andiamo a casa… adesso…” ”Adesso no”, rispose lui, “adesso balliamo…”
| inviato da il 16/10/2006 alle 23:17 | |
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12 ottobre 2006
Sogni d’ottobre
Quando suonarono alla porta era nel profondo di un sonno pomeridiano. C’era caduto senza neanche accorgersene, cullato dal caldo di un’estate che sembrava non finire mai. Si alzò, intontito, e corse verso la porta inciampando nei suoi pantaloni adagiati ai piedi del divano. Due balzi verso destra, per rimanere in equilibrio, e fu sull’uscio. Altrettanti giri di chiave ed aprì. ”Entra Fra, stavo dormendo…” Lo disse stropicciandosi gli occhi, poi si voltò e andò verso il divano che aspettava, ancora caldo. Lei entrò e, sorridendo, si chiuse la porta alle spalle. Era un po’ che lo teneva d’occhio e si era preparata una farsa su una vendita di articoli su di un giornale on-line. Aveva minuziosamente provato allo specchio le domande e le eventuali risposte, sapeva dove voleva arrivare e ci sarebbe arrivata. Non aveva però immaginato che entrare in casa sua sarebbe stato così semplice e così gustosamente comico. ”Io entro, ma mi chiamo Anna.” La voce, leggermente roca, calda, inaspettatamente femminile, lo colpì mentre era ancora in volo nel tragitto pavimento-divano. Fece una torsione per cercare di atterrare seduto, col risultato di sembrare goffo e di raggiungere il divano in una posizione scomposta. Poi scattò in piedi, turbato, ancora ovattato dal sonno. ”E tu chi sei?” ”Scusa se sorrido, la situazione è abbastanza comica. Mi chiamo Anna Rapetti, lavoro per un giornale on-line ed ero venuta a portare una proposta di consulenza. Mi spiace averti svegliato e penso anche di aver interrotto qualche dolce sogno…” Lo disse, con un sorriso che aveva tutta l’aria di malizia, neanche tanto nascosta, indicando una zona a lui famigliare. Una poderosa erezione, frutto di sogni dimenticati o di impellenze idrauliche, spingeva i suoi boxer verso il mondo, come volesse captare onde erotiche anche dove non c’erano. Arrossì voltandosi di scatto. ”Guarda che ne ho già visti, anche in quello stato, non preoccuparti…” Lo diceva sempre con quel sorriso che lui ora, di spalle, alla ricerca dei pantaloni da qualche parte accanto al divano, non vedeva più. ”No, è che… cioè… non è mica una situazione semplice da gestire…” ”Dipende… comunque, tolte le tue voglie da sonno, ero passata per leggere qualcosa di tuo.” Incastrò il piede nei pantaloni ed iniziò una danza tribale, con tutta la sua erezione, praticamente immobile, irrigidita dal flusso sanguigno che, copioso, lo riempiva di virilità. Lei iniziò a giocherellare con i capelli, fissando prima il suo membro eretto e poi il suo sedere, rassodato da anni di attività sportiva, secondo l’angolazione offerta da quel buffo balletto. ”Come sai che scrivo?” Prima domanda con risposta preparata. Iniziò un discorso fatto di Web, di articoli, di siti minori, di amici di amici. ”… e mi hanno detto che tu hai talento. Ci serve un giornalista che sappia catturare, capisci?” ”No e in questo momento sono imbarazzato.” Lei si voltò con un cenno della mano, mentre lui armeggiava con i bottoni della patta. Camminò fino al tavolino davanti al divano e iniziò a scartabellare fra i fogli scritti a mano. ”Scrivi a mano?” ”Quando capita… ma quelli non sono articoli, quelli li ho di là…” ”Ma questi sono racconti!” Piacevolmente sorpresa, un assist così non se lo sarebbe mai immaginata. Ora che le acque si erano quietate iniziò a guardarlo. Appena entrata l’aveva trovato terribilmente sexy, ma già lo sapeva. Vederlo così, con quella maglietta nera attillata, con quei boxer, che promettevano forti sensazioni, a giudicare dalla prorompente situazione, l’aveva stuzzicata ulteriormente. Ora con i jeans scoloriti aveva anche un’aria più rude, decisamente appetitoso. Anche lui la guardava, mentre spulciava fra i suoi racconti. La mano, con tre anelli, a spostare i capelli dietro l’orecchio. Aveva un viso deciso. Così chinata i suoi seni morbidi si lasciavano guardare dietro il top bianco, l’assenza di reggiseno la scorse subito. Sodi e morbidi, attiravano gli occhi. La gonna corta la notò solo in un secondo momento e si soffermò a percorrere le gambe in tutti e due i sensi più volte. Trasudava sensualità e sesso ed era lì, in casa sua. Se un Dio esisteva, forse, quella ne era la prova. Maliziosamente lei, mentre leggeva chinata, lasciava che lui infilasse il suo sguardo fra i suoi seni. Si stava eccitando, un po’ per il gioco, un po’ per le intenzioni. ”Si, sono racconti… ma sono cose così…” Lo sguardo si faceva più pressante. ”Sono racconti di vita vissuta, vedo…” Con maestria fece il giro del tavolo, facendolo sembrare un caso. Ora stava chinata il più possibile lasciando che lui intravedesse la passione sotto la gonna corta. La posizione agevolava l’erezione che stava scemando, le gambe, volutamente tese e la schiena, inarcata ad arte, erano da giramento di testa e lei lo sapeva. ”Li leggerò, dopo… hai mai scritto racconti erotici?” ”Scusa?” Completamente perso la dove scorgeva lo stacco della natica, fisso, mentre lei si sentiva quasi già penetrare dagli occhi, non aveva capito il senso della domanda. ”Racconti erotici, di quelli che fanno accendere…” ”No… no…”, cercava di guardare altrove adesso. Il sangue aveva iniziato a confluire di nuovo nel suo pene, con prepotenza. ”Non dirmi che uno come te non ci pensa mai…” Era spiazzato. Non riusciva ancora a capire cosa stava succedendo, dando la colpa al sonno, ancora presente e all’eccitazione, ora celata dai jeans. ”Hai bisogni di qualche ispirazione, lo so come siete fatti voi scrittori, tutti parole e sogni.” Si avvicinò, gli appoggiò la mano sul petto e lo guardò. ”Lo sento il cuore che batte, questa è voglia di fare l’amore…” ”Ma tu chi sei? Cosa vuoi da me?” Lei appoggiò il piede sul tavolino cercando una posa avvenente, lui la osservava, turbato, eccitato, con il membro pulsante fra le gambe, tanto da sentire i battiti del cuore fino in testa. ”Non da te. Voglio te.” Poi lo baciò, cercando la sua lingua morbida, appoggiandogli i seni sul petto. Lui non si mosse, sorpreso da tanta spudorata avvenenza. ”Diciamo che cerco di darti un ispirazione…” Poi si fece tutto più confuso, così aggredito, inizio a muovere la lingua, lentamente. Poi qualcosa di più, poi le prese un seno con la mano. Lei buttò indietro la testa e lo cinse facendosi appoggiare addosso tutta la sua erezione. Ci mise poco a sdraiarsi sul tavolino e, fra racconti e articoli che mai sarebbero stati pubblicati, lui si tuffò fra le sue gambe. La sensazione di trovarsi così bagnata le fece pensare di essere un piatto succulento e, mentre lui gustava il suo clitoride, prima lentamente poi via via più veloce, succhiandolo come fragola matura, cercava di non contorcersi per non perdere il controllo. Era bravo, lui, con la lingua e con le mani. Proprio come lo aveva immaginato, forse di più, tanto che non si trattenne e venne, mugolando appena, stringendo la sua testa fra le gambe. Lui smise, dopo qualche colpo ancora, con la lingua, per evitare di falla sussultare. Portò indietro i capelli con le mani e si mise seduta, in linea perfetta con la sua patta. Gli tolse le mani ed iniziò a sbottonare i jeans senza smettere di baciare un po' a caso, ovunque. Era un bel pene, duro e morbido allo stesso tempo, anche il gusto, esprimeva pulizia e cura. Iniziò a leccarlo con la punta della lingua, leggera, per finire nella più classica della felatio. Lui ormai era su un altro pianeta, mentre lei riempiva la sua virilità di saliva e scivolava su e giù. Si alzò, di scatto, e ancora baciandolo lo sedette sul divano. Salì sopra, come esperta amazzone e lo guidò dentro di lei. Poderoso, lui, poderosa, lei, che da quella posizione non poteva che non aver tutto sotto controllo. Ogni tanto si fermava e si sedeva meglio, per sentirlo bene. Poi sempre più forte, lei col suo pene dentro, lui con i suoi seni davanti che ogni tanto riusciva a mordere, solo con le labbra per non farle male. Poi esplose lei, fremito continuo con punte di paradiso e, mentre veniva, lo guardava negli occhi. Iniziò poi a muovere il bacino avanti e indietro e lo sentì riempirla di calore, ad occhi chiusi. Lo abbracciò, ancora, mentre lui la cercava con i baci, sul petto, sul collo, per poi lasciarsi andare sul divano. ”Fai bene l’amore… scrivine…” Poi, com’era comparsa, sparì in un eco di tacchi di scarpe nere.
Quando suonarono alla porta era nel profondo di un sonno pomeridiano. Si alzò e corse verso la porta inciampando nei suoi pantaloni adagiati ai piedi del divano. Due balzi verso destra, per rimanere in equilibrio, e fu all’uscio. Due giri di chiave ed aprì. ”Entra Fra, stavo dormendo…” ”Che faccia hai?” ”Ho fatto un sogno assurdo, Fra…” L’aria interrogativa di Francesca necessitava risposta. ”Ho sognato di fare l’amore… ma roba forte, credo di aver avuto anche un orgasmo o due, mentre dormivo, guarda qua…” Le mostrò le mani umide appena sfilate dalle intimità. ”E no, Anna! Ora me lo racconti o non sei più mia amica…”
| inviato da il 12/10/2006 alle 0:26 | |
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